Il metabolismo è uno strumento complesso. Per dirla meglio è un’orchestra, dove l’azione di uno strumento non può prescindere da quella di tutti gli altri. A meno di condannarsi ad ascoltare la più brutta sinfonia di sempre, quella dove ognuno suona per suo conto. Nei vecchi cambia il ritmo, ma la musica resta invariata. Ecco: la complessità. Un concetto al quale siamo stati disabituati dal marketing. Per vendere bisogna andare al sodo, minimizzare le informazioni, essere essenziali: il contrario della bellezza, un insieme di lento e complesso.

Lento e complesso. L’infinita bellezza delle rughe del viso d’un vecchio in un ritratto pittorico.

La cosa incomprensibile è che certi criteri utili alla compravendita, siano stati associati alla medicina. La medicina dovrebbe essere ricerca per la salvaguardia della salute. Chiacchiere da accademia.

Diritto di cura. Avrà ancora un senso?

Negli ospedali, nei punti di pronto soccorso, negli studi medici, nelle cliniche di cura, negli uffici per i malati, questo pubblico numerico di fantasmi sono volgarmente considerati “utenti”. Una platea di utenti consumatori della medicina da copyrighter.

Le semplificazioni fanno male al metabolismo, la medicina lo sa. Burocrazia contro buon senso. Non si può non pensare che ad una certa azione non corrisponda una reazione. Nel metabolismo dei vecchi questo principio è atrocemente evidente. Mettete un vecchio attivo in un letto per una settimana, imboccatelo. Al termine di questa esperienza sarà difficile vederlo occuparsi di sé come da principio. Il nostro corpo si disabitua troppo presto all’autosufficienza. Se si inizia coll’imboccare un vecchio, o col vestirlo, magari per risparmiare tempo, oppure perché mossi a compassione dinanzi all’idea che non riesca a farlo da solo, non gli si rende un servizio, ma un torto. L’anziano penserà di non essere più capace e imparerà a dipendere dagli altri. Il suo metabolismo si comporterà via via in modo che questo assunto divenga concreto e si cristallizzi. La mancata indipendenza sarà pensata dal corpo. Sì, perché il nostro metabolismo “pensa”. La mano pensa di non essere più capace di infilare una manica dal verso giusto, o di portare il cibo alla bocca, o di agganciare un bottone alla sua asola, e allora lo tormenta, quel bottone. Avete mai visto un vecchio tormentare un bottone?! La sua mente sta cercando di mettere in atto ancora una volta una capacità che teme di perdere, quella di infilare il bottone nell’asola, quella di fare da sé. Per questo tormenterà quel bottone a oltranza. Oppure i tovaglioli. Avete mai visto un vecchio piegare un tovagliolo? Il risultato è spesso un minuscolo lembo di stoffa che pare appena stirato, o un pezzo di carta che sembra essere uscito da una pressatrice. Una cura certosina in un andirivieni autistico di gesti. Quasi un’ossessione da mal di vivere, un bridge di movimenti vacanzieri, in cui la mente è occupata a giocare con se stessa, mentre le mani le ricordano di saper fare cose anche senza controllo, perché le hanno fatte per una vita, una vita intera. Fatte con quei gesti lì.

I vecchi che piegano tovaglioli non fanno opera d’ordine, no. Compongono un origami. Se questo è il modo in cui intendiamo trattare la nostra memoria, la vecchiaia, presto non avremo modo di ricordare neppure il modo giusto in cui trattare noi stessi.

O R I G A M I.

“Il sorriso di Emilia”, di Federico Caramadre Ronconi; Hermes Edizioni
www.ilsorrisodiemilia.it

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