Prefazione
di Gaetano Pampallona

Viterbo, A.D. 1992

L’immagine, nel nesso di fotografia e pittura, è l’elemento portante degli straordinari quadri di Federico Caramadre che al Palazzo degli Alessandri hanno riscosso un’entusiastica adesione di critica e pubblico.
Attraverso le crude testimonianze, di grosso impatto visivo, della condizione umana alle soglie del terzo millennio, la turbolenza e il disordine di una vita individuale e collettiva priva di un credibile futuro, l’artista ci offre uno scenario di maschere nel milieu di torbide e inquietanti provocazioni.

La recente mostra di pittura e fotografia tenuta al Palazzo degli Alessandri nel quartiere medioevale della città di Viterbo da Federico Caramadre, artista che vive e lavora tra Nepi e Roma, è stata interamente centrata sull’analisi della figura umana, del volto soprattutto, del quale è stato reso visibile l’intreccio dei significati affettivi e analitici sino al limite della loro crudezza e scabrosità. E non si può dire che le espressioni siano state caricate granguignolescamente dato l’eloquente articolarsi di tutti i fattori culturali ed estetici secondo quel lucido principio di Millet per il quale: “è meglio tacere che esprimersi debolmente”.

Nel breve saggio “Dentro l’immagine” scritto da Caramadre a corredo della mostra è spiegato peraltro il senso di una ricerca che individua l’immagine in un insieme di opposti che si unificano nel momento in cui si mostrano, in quel solo istante, per subito suddividersi in altri contrari pronti a ricodificarsi in una nuova assimilazione rappresentativa. Ciò che non esclude intervalli di parcellizzazioni che a lungo vivono la loro incapacità di consistere in una ulteriore connotazione, scontando così una
terribile scissione, suscettibile di consolidarsi nell’estremo di “stratificazioni illeggibili”. Per questo l’eventualità che la deformazione dell’immagine divenga immagine per sé, ebbrezza permanente o permanente perdita oltre e nonostante il sembiante figurale!
È certamente in virtù di siffatte considerazioni che in calce al saggio l’artista ha trascritto un suadente passaggio de “L’Immortalità” di Milan Kundera che così recita: “L’uomo può nascondersi dietro la propria immagine, può sparire dietro la propria immagine, può essere totalmente separato dalla propria immagine: l’uomo non è mai la propria immagine”. Come si vede, il nesso di pittura e fotografia è qui un nesso ideologico e sociale, morale, che da un lato comporta la fotografia dell’avvenimento, dell’inchiesta, del reportage (Riboud, Capa, Cartier Bresson, Koudelka, Giacomelli, Bruno, Roiter, Benedetti, Cosma), dall’altro apre alla drammaticità della cancellazione, dell’anonimato, alla sofferenza dell’autoesclusione implicitamente ordinata da poteri sopraffattori. Tutte considerazioni che, ad esempio, troviamo lucidamente sviluppate nel bel libro di L. Ellison “Uomo invisibile” a cui ben si addice la citazione sartriana circa il trascorrere della percezione, dell’insegna e della figura, ove nessuna risulta a portata di un approdo. E tuttavia, dato il rilievo che l’operazione cromatica assume nell’ambito della strategia stilistica dell’intera rassegna, è giusto che ci si soffermi sulla sua specificità.

Essa per un verso non consente di istituire rapporti analogici con la corporeità figurativa di pittori “nuovi” come Borrello, Caracappa, Vichi, Granata, Lipperi, Botta, Ciapparelli, Lupi, Valentini, visto che in tali artisti il fatto estetico resta nei termini dei correnti parametri compositivi del bello e della “sublimità”, per altro verso l’iter della rarefazione coloristica (resa per sequenze sempre più sottrattive) che induce, non esaurisce, tutte le motivazioni interpretative rispetto ai fotogrammi di Helmut Newton da cui procede la ricerca. Questi si distinguono per un’accentuazione espressionistica (si vedano “Donna con la pistola” e “Ammalato terminale”) che chiede al nostro artista indovinate, sconvolte distorsioni nello stesso modo delle stridenti deformità alla Bacon o delle impietose maschere nel tetro stile di Ensor, ad esempio.

Per questo ordine di ragioni è naturale che Caramadre non vada a ruota sotto il profilo delle coordinate erotiche con le induzioni di scultura, pittura e fotografia di R. Mapplethorpe, perché nell’artista americano la brutalità che sale da una società egoica si muta in una libido sadica e trasgressiva solo nelle prime battute, incalzata come è da una superiore esigenza di armonie statuarie dei corpi. Al contrario, sotto un più generale aspetto socio-narrativo, la poetica dell’artista è in chiave con le tematiche di “ordinario squallore domestico” quali emergono dall’ultimo film di R. Altman “Short cuts” presentato alla Biennale di Venezia. Nell’universo del grande regista d’oltre oceano, come nell’universo dell’artista in argomento, i personaggi sono succubi della propria impotenza di conquistare un’identità e vivono nell’immedicabile segregazione delle loro ombre. Tanto per il cineasta quanto per l’artista detti personaggi sono confinati in luoghi dove è di scena la narcotica tragicommedia del travestimento, quale si invera in una infetta successione di scheletri turpi e clowneschi.

Gaetano Pampallona

17

“DENTRO L’IMMAGINE”, di Federico Caramadre; 1992

Dentro l'immagine; 1992


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