Giorno dopo. Ospedale. All’alba mia nonna è stata trasferita da una corsia deserta di puerpere immaginarie ai piani superiori: ortopedia.

Entro. Il pavimento è uno sfacelo di gomma consunta, rotta, bucata, lacerata, rattoppata alla meglio ogni metro. A tratti la guaina si è licenziata dal piano di calpestio, abbozzando gobbe utili all’inciampo. Figurarsi per chi qui deve muoversi con grucce e tutori, o sedie a rotelle. E sono in molti.

Mi trovo di fronte all’ingresso del reparto di ortopedia.

La solita doppia porta in alluminio anodizzato sbarra l’accesso alla corsia. Non c’è un cartello, non un’indicazione, non un orario affisso. Non una traccia consolatoria che possa sedare l’angoscia di chi, come me, vorrebbe abbracciare presto un suo caro, di là dal vetro smerigliato opaco e chissà in quale camera e chissà con quali esiti post-traumatici.

L’attesa è sfibrante, coltivata in un silenzio di visi che attraversano il corridoio tugurio con espressione rassegnata e dimessa. Sono comparse tragiche di un girone dantesco. Volti che esprimono rassegnazione. Non sono che ombre, fantasmi cui è negata l’aspettativa legittima di sentirsi coccolati, esposti tra pari e di pari diritto agli insulti degli anni o degli accidenti. Portano negli occhi l’intima consapevolezza di essere la parte debole della tragedia di questo teatro-nonteatro, astanti loro malgrado nell’anticamera di un purgatorio.

Poco più giù, un chirurgo camice verde discute animatamente con due giaccacravatta.

Il chirurgo chiede con fermezza che riparino il pavimento. Qualcuno potrebbe cascare proprio qui, in ortopedia, che assurdità, dice. Poi aggiunge le ragioni del suo malumore, dice che è vergognoso: due giovani in codice rosso arrivati durante la notte da trasportare urgentemente in eliambulanza a Roma, senza perdere tempo, questione di vita o di morte, con l’elicottero che non può atterrare su una pista nuova nuova e non si capisce perché.

Giaccacravatta 1 risponde che lui “comprende la situazione”, ma che la ditta incaricata dei lavori non ha ancora prodotto le certificazioni necessarie per il collaudo della pista. Giaccacravatta 2 continua cercando di ammansire il medico. Insiste che tutto è a posto, non c’è da preoccuparsi, solo una questione di tempo. O qualcosa del genere. Già, il tempo di un altro incidente come quello e moriranno delle persone, conclude il chirurgo tra l’affranto e l’incazzato. Ecco, è questo che dice: burocrazia contro dolore. Vita o morte, da giocarsi alla roulette russa delle ordinanze, delle circolari, dei codici d’articolo e delle disposizioni d’ufficio. Burocrazia contro emergenza. Ancora persone senzienti che sollevano eccezioni procedurali. Persone condannabili senza appello. Ancora una cartolina da un’Italia ingessata.

Vorrei che l’orchestrina suonasse una mazurca. Sul fondo di un prato alberato, la balera diurna del centro anziani si animerebbe di coppie affatto affaticate dagli anni, tra le ombre frondose degli eucalipti giganti e le corse improvvise delle colonie di gatti innamorati.

Qui, invece, la corsia sbarrata e l’indignazione sonora di un chirurgo sfrontato. Il circo barnum dei meccanicismi, ingranaggi di carne che rendono immobile questa Italia anche davanti alle necessità più impellenti e improrogabili: la vita o la morte.

I signori in discussione nel corridoio alzano i toni. Se la cosa non dovesse risolversi in tempi brevi, il medico sarà costretto a inoltrare un esposto alla Procura della Repubblica. «Qui si ha a che fare con la salute e la vita delle persone», dice. Un giaccacravatta risponde che tenterà di fare il possibile, ma che “non dipende da lui”.

«Da qualcuno dovrà pur dipendere», risponde il medico, «qualcuno prima o poi dovrà assumersela una qualche responsabilità in questo cazzo di paese!».

«Faremo tutto il possibile, anzi, telefoniamo subito», dice il primo giaccacravatta smorzando le angosce di un medico appassionato del proprio lavoro. «Sì, ma qualcuno questa responsabilità se la dovrà prendere, prima o poi!», insiste il medico.

Ecco, mi rincuora vedere che ci sia personale così, che ci sia personale sanitario pronto a metterci la faccia pur di risolvere problemi che non gli appartengono. No, che gli appartengono eccome.

Ora, dopo aver assistito a un colloquio del genere, con quale animo potrei andare a “lamentarmi” per aver atteso tre ore e mezza prima di aver accesso al reparto solo perché nessuno si è preoccupato di affiggere sulla porta un orario di ingresso?! Come potrei avere il cuore di protestare e, oltretutto, con chi?!

Tre ore e mezzo di angoscia muta.

Davanti all’esondazione di un fiume in piena che affoga una città, sarebbe come concentrarsi su qualche ramo secco trascinato via dalla corrente. È il ritratto dell’Italia del 2010.

Sono solo virgole di disagio di un chiasso deprimente pilotato dalla volontà di chiudere l’ospedale. Chiudere. Sì, chiudere.

Non sono sicuro che nei presidi che rimarranno aperti, ovvero in quelli fuori dalla lista nera della prossima chiusura, le cose si metteranno in modo diverso. Ci si aspetterebbe un risultato diametralmente opposto. Già! Invece, per gli ospedali di città rimasti in uso, si racconta di attese fino a tredici ore (tredici!). Tredici ore di coda per un banale codice verde di pronto soccorso. La congestione è il risultato della chiusura degli ospedali di provincia. Causa e effetto.

A tarda sera mi infilerò di nuovo in auto, percorrendo chilometri di raccordi e consolari. Poi, d’improvviso, dall’alto di un colle, un’insegna luminosa verde attirerà la mia attenzione:

“AZIENDA OSPEDALIERA”

“Azienda”, penso. Azienda.

Come fosse una fabbrichetta.

Azienda. Le parole hanno un senso. A volte tradiscono le intenzioni. Stricto sensu un ospedale non è un’azienda, penso. A meno che non si pensi di farne un’azienda, prima o poi. Magari privatizzandola a costi risibili dopo che la si è fatta fallire con pratiche burocratiche onerose che impongono costi insostenibili. O magari privatizzando i servizi essenziali da cui dipende, “esternalizzandoli”. Già, le parole tradiscono.

Cosa significa davvero AZIENDA? Meglio, cosa significa la parola AZIENDA vicino a quella di OSPEDALE? Dovrebbe abituarmi a pensare a un ospedale in termini aziendali?! No, non sono giochi di parole. Azienda. Magari data in gestione a uno di quei manager che non potendo permettersi una ditta propria gestisce un ospedale per incarico politico. I manager di stato. Quelli che fanno i dirigenti col culo degli altri. Azienda, come fosse un’industria personale immaginata per produrre utili, fatturato, guadagno, reddito. Entro nei cancelli: parcheggi a pagamento, ancora più costosi delle strisce blu di città (mi pare un controsenso, ma che fate, qui la gente è obbligata a parcheggiare per assistere i cari, non ci sono autobus salvo rare eccezioni e per un’auto in sosta chiedete più soldi del normale?!). Poi ambulatori organizzati con la possibilità di accorciare le lunghissime file d’attesa pagando l’esame clinico, o andare a visita privata nelle strutture interne dell’ospedale, un modo neanche troppo velato per trovare posto in corsia. “Il dottore non c’è, ma si può o prenotare una visita nella clinica privata del primario, per fare prima”. Scommetto l’abbiate sentito. Che disco. Che emmepitre.

Che dire poi del “bacino d’utenza”, utenza, la chiamano “utenza”, come fosse per un gestore di telefonia: un bacino d’utenza che si è moltiplicato in maniera esponenziale, proprio a causa della chiusura di tanti reparti dei piccoli presidi ospedalieri della regione, esattamente come quello in cui è costretta mia nonna, infilata in corsie fantasma di puerpere e gestanti immaginarie.

Che brutta fine sta facendo questo paese.

È come fare cassa con il dolore. Il commercio della salute. Equivale a speculare sulla sofferenza. Per far quadrare i conti vendono la speranza, penso. Viviamo in un paese che ha innestato la retromarcia, penso.

“Il sorriso di Emilia”, di Federico Caramadre Ronconi; Hermes Edizioni
www.ilsorrisodiemilia.it

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