Giorno dopo, notte insonne.

Sono dentro.

Questa notte, per entrare nella stanza vuota di una corsia vuota di ginecologia, chiusa a chiave a doppia mandata, abbiamo dovuto attendere nel corridoio, con mia nonna parcheggiata in barella, che una vecchia infermiera addormentata si svegliasse e venisse ad aprire: “non viene mai nessuno qui”, si è giustificata. Ostetricia deserta: pare di vedere il corpo di un ospedale svuotato dei suoi nascituri.

 

Giovane, scarpe da ginnastica modaiole, camice bianco: attraversando il reparto di ginecologia mi dicono che quello è il dottore che tiene le fila. Quello che decide se e quando operare. Il “deus ex machina” del reparto di ortopedia dell’ospedale, di questo ospedale, da cui da adesso in poi dipenderà la vita di mia nonna.

Oggi ho chiamato un geniaccio dell’osteologia, un amico caro, un chirurgo. Uno che sa dove mettere le mani. A dirla tutta, oltre alle competenze, questo signore ha dalla sua un dono incalcolabile: l’umanità. Già, perché lui è uno che coi pazienti ci parla. Spiega loro che cosa succede. Cosa vuole fare. Cosa farà e con quali strumenti, come e quando. Insomma, è uno che prima di curarti il corpo con il bisturi ti cura l’anima con le parole. Allora succede che il corpo dei suoi pazienti segue lo spirito che costui già predispone al meglio. Ha lasciato la sanità pubblica per lavorare in privato: troppa burocrazia, troppi meccanicismi, troppi protocolli inutili buoni solo a replicare se stessi, cattivi uffici che non tengono conto delle persone, questo dice.

“Giorgio, non so che fare! Più di ventiquattro ore e in ospedale non sono ancora riuscito a parlare con un medico! Bisogna aspettare i turni. Così dicono. Vorrei capire se sia il caso di intervenire oppure no. È troppo in là con gli anni, ma se la vedessi, quant’è lucida!”, gli spiego al telefono.

“Quando è successo?”.

“Ieri”.

“Credo ci siano tutti i presupposti per intervenire d’urgenza. Se non lo fai rischi che se ne vada per altre ragioni. A quell’età sorgono facilmente complicanze impreviste. Falla operare. Dopo non ti resta che pregare”, mi dice con chiarezza e con tono paterno.

“Ho capito. Almeno tu parli chiaro. Grazie. Così sgomberiamo il campo da un dubbio: se intervenire chirurgicamente oppure no. Ho avuto una carissima zia che ha subito la stessa frattura, con intervento a seguire, stesso ospedale, ma il cuore non ha retto. Era più giovane”, gli rispondo.

“Non abbiamo scelta. Fammi parlare con il primario”.

“Dicono che non c’è. È in vacanza. Sembra che al suo posto ci sia un giovane ortopedico, chiederò il suo numero di telefono”, gli dico.

“La cosa migliore è che la operino lì prima possibile. Se vuoi proviamo a vedere in qualche altro ospedale, ma non la vorrei sottoporre a tutto lo stress del trasporto in ambulanza, data l’età e le condizioni”.

“Grazie Giorgio. In questi momenti vale più una buona parola di conforto che mille medicine”, replico.

“Non ti preoccupare. Se dovessi avere il telefono spento, mandami un messaggio o un’email con il numero dell’ortopedico. Ci parlo, capisco meglio che tipo di frattura ha avuto e sento come hanno intenzione di intervenire. Non ti devi preoccupare, te la seguo”.

“Grazie” dico. E chiudo.

 

Come se fosse facile: “parlare”. Sì, la cosa più semplice del mondo: scambiare due chiacchiere. È la base della nostra umanità, la comunicazione. Interagire direttamente con la parola, i gesti, gli sguardi, il contatto. Macché! Niente da fare. Il primario non c’è. Per parlare con un dottore qualsivoglia bisognerà aspettare il turno delle visite, dicono, che non sarà prima di domani. Domani. Altre ventiquattro ore per una donna di novantacinque anni, parcheggiata come un pacco in mezzo a una corsia deserta tra puerpere immaginarie, con un arto inferiore immobilizzato da un tiraggio e la forza residua per emettere qualche gemito di dolore. Dolore.

 

A 95 anni. Dolore.

 

Datemi il numero di telefono.

Non possiamo, c’è la privacy.

La privacy.

 

Torno a casa tra mille dubbi. In auto, percorrendo a ritroso le molte curve di provincia, come fossero anse fumose di grigio asfalto da guadagnare a memoria in un andirivieni di cunette, svincoli, buche e dossi, mi interrogo sull’opportunità di lasciarla lì o meno.

Sarà meglio aspettare? Oppure meglio agire?

Prendere il toro per le corna, firmare l’uscita, trasportarla altrove?!

Ogni ora che passa, a quell’età, mia nonna, una donna che camminava fino a due giorni fa, si indebolisce sempre più e rischia di finire i suoi giorni in quel letto. Una condanna senza appello.

 

Sì, a novantacinque anni non si può pretendere di più, la sua vita l’ha fatta. Che ci si può aspettare dai medici e dagli infermieri di un ospedale?! Del resto non si può pretendere di prolungare la vita all’infinito. Questo il pensiero comune, no?!

Questa generazione di ferro ci ha insegnato che si può arrivare a vivere una quarta, quinta età. In cambio di sofferenze indicibili. Abbiamo dato per acquisito che la vita sia un bene supremo. Come negarlo?! Salvo poi servirci della vita degli animali come fosse meno importante della nostra. Salvo evitare di chiederci quali siano le condizioni accettabili di una vita che meriti di essere vissuta.

Abbiamo promosso una condizione di estrema longevità e inibito l’insorgere inevitabile della morte. Ragioniamo come se non dovessimo scomparire mai e lottiamo come se dovessimo esistere per sempre. La scienza e la tecnologia ci aiutano in questo percorso, come se gli anni non passassero mai. Ma passano.

Allora non sarebbe più giusto lasciare che gli eventi facessero il loro corso?! Lasciare che una donna, che la sua vita l’ha vissuta, finisca in pace i suoi giorni senza tormentare oltre un corpo che cede alla pressione degli anni?!

 

Sarebbe facile pensarlo.

 

Che agiscano, penso. Ecco cosa: si deve pretendere che agiscano, come se si trattasse di un giovane! E per una ragione semplicissima: è vita.

Bisogna avere un gran rispetto del dolore e delle sofferenze altrui. Il fatto che il dolore arrivi, così come è vero che arriva, soprattutto in tarda età, non deve farci dimenticare che si tratta di persone, non di oggetti. E le persone sono capaci di meraviglia finché hanno vita. Gli esseri viventi sono capaci di meraviglia finché c’è vita. Non esiste una classifica, mi dico. Non posso permettere che non si tentino tutte le strade possibili e necessarie, anche per regalarle un solo giorno in più, che sia un giorno nuovo di carezze e compassione.

Non vuole essere un ragionamento contrario alla morte compassionevole, a un atto struggente di pena che ponesse fine ai tormenti di un malato incurabile. Tutt’altro. È il disprezzo per quel certo lassismo che non impegna il sistema, la condanna morale per i suoi ingranaggi da oliare con le grida tremende di una giovane vita sofferente, come fossero diverse, chissà perché, dalle grida soffocate di un vecchio.

 

Tra mille tormentati pensieri che corrono nella mia testa come io corro e mi aggiro per le ritorte vie che inanellano paesi e consolari, tra il presidio ospedaliero e casa, in un barlume di lucidità improvvisa, si manifesta nella mente l’immagine di un’infermiera che nomina il dottorino in una conversazione con una collega, sì, quello che al momento è il responsabile in questione, sì, così ha detto, ha fatto quel nome, fissalo, ha detto proprio così: “domani il dottor Nome e Cognome arriva alle dieci!”. Così ha detto! L’ha detto alla collega di corsia: “dottor Nome e Cognome”.

Nome e Cognome. Devo trovare il modo di contattarti. Ne va della vita – della vita – di mia nonna.

Privacy!

(vedi se questo insert che segue sta bene qui)

Emilia aveva un negozio di stoffe.

Quei negozi all’epoca si chiamavano botteghe. La bottega era stata l’emporio della madre. E siamo già ai primi del secolo scorso. Davvero un’altra epoca.

La bottega era un mondo fatto di stoffe, un mondo di abiti confezionati e altri ancora da cucire, un dedalo di gomitoli e bottoni a servizio di una comunità intera. Erano i tempi in cui le persone si proponevano nei pagamenti a rate, e mia nonna li lasciava fare. Un po’ oggi, un po’ domani, un po’ quando potrai, non ti preoccupare, diceva.

Certo, c’erano quelli che non avrebbero pagato mai, ma in paese ci si conosceva tutti, e nella maggior parte dei casi una parola data era più e meglio di un contratto.

A scadenze regolari la signora Emilia si recava a Roma per fare rifornimento.

Andare a Roma: ai tempi un vero viaggio.

Nei negozi all’ingrosso del centro della capitale la conoscevano un po’ tutti, quella signora ben vestita e sempre col sorriso, che veniva da fuori. Dai modi semplici e eleganti. Affabile e risoluta, buona pagatrice. La cliente ideale. Servirla era dovere del padrone, che la chiamava per nome proponendo questo e quello, mentre insieme attraversavano le mille stanze e i dedali dei magazzini negli scantinati e negli appartamenti dei commercianti di stoffe tra i vicoli di Largo Argentina, Trastevere o il ghetto ebraico.

Fatte le compere, gli acquisti venivano imballati e caricati sulla fiat 501 del nonno, prima patente del paese, trasformata nel retro in furgoncino. E poi via, sulla strada del ritorno verso la provincia, dopo un giorno intero passato tra le botteghe e i vicoli di Roma.

 

A casa. È notte fonda oramai.

 

Mia madre si è fermata a dormire da una sua cara cugina cui devo il memento del valore che in Italia si concede alla parola “famiglia”, ovvero quel circoscritto gruppo di individui legati da incontri di consuetudine, d’amore e di sangue, capace di sostenersi nel momento del bisogno, perlomeno quando c’è “famiglia”.

Sì, perché se non fosse per loro due, moglie insegnante e marito medico, lui impiegato giusto nell’ospedale; se non fosse per la disponibilità di lei nel sostenere mia madre e nell’interessamento di lui per trovare la migliore soluzione e il buon sostegno morale, in quella corsia avrei ricevuto solo accenti di cruda formalità e mezze risposte. Risposte troppo evasive e distanti da un’umanità compassionevole, necessaria nei momenti di bisogno, di sofferenza. È il famoso “occhio di riguardo” che dovrebbe essere inserito in automatico nei comportamenti di chi deve lavorare con i pazienti, di chi è avvezzo alla sofferenza. Già, invece di compassione, sofferenza. Ancora sofferenza. Un dolore senza ritorno, gratuito. Niente a che vedere con le conseguenze del trauma.

Ecco, ci sono alcune persone, come quei cugini di mia madre, che si ritrovano via via nel percorso ineluttabile dello scorrere degli anni e ti riconciliano con te stesso. Sono figure che hanno la capacità di far apprezzare il significato di temi come comprensione, disponibilità. Sono persone che alimentano l’esistenza, mordendola con l’inesorabile passo lento, ma implacabile, di un sorriso.

 

 

Siamo divisi. Per oggi. Sparsi qua è là in ricoveri di fortuna: io e la mia famiglia di donne in preda a un’emergenza che, oltre che logistica, è sentimentale.

Tre generazioni di donne in una: mia nonna. Sola, in un letto d’ospedale. Poi mia madre, ospite suo malgrado presso una cugina, e mia sorella, che ha potuto dormire nell’abitazione di un’amica, anche lei nei pressi dell’ospedale e che, anche se domani dovrà tornare al lavoro cinquanta chilometri più giù, almeno per oggi è potuta stare vicino alle sue donne di famiglia: la madre e la nonna. Tre generazioni. Donne appunto. Capaci di famiglia.

 

A me tocca di stare altri cinquanta chilometri a nord-est. Da qui ci si sposta solo in auto. Non ci sono alternative.

Tutti stanchissimi, in case diverse e desolate. Case orfane del calore familiare consueto.

Cenare: ho perso l’abitudine in pochi giorni. Non c’è stato il tempo di fare compere. Figurarsi poi, con questi pensieri, trovare il tempo di preparare qualcosa da mangiare. Senza donne poi, non c’è casa. Un uomo solo ha solo una tana, e può vivere con quella, per improvvisazione.

 

“Nome e Cognome”. Telefono. Privacy.

Interminabili strade di provincia.

Accendo il computer. Sono fiaccato dalle ultime ore frenetiche ma mi obbligo a un’accurata ricerca su internet e lo trovo.

Lo trovo.

Lo trovo segnalato in un sito web di là dall’oceano: dottorino “Nome e Cognome”. Anno di nascita, telefono cellulare, indirizzo di casa, del lavoro, tutto! È lui. C’è anche la foto, l’ho visto di sfuggita. Guardalo lì, proprio lui: scarpe da ginnastica modaiole sotto il camice bianco! Eccolo, su internet, in pasto al mondo intero, sul sito di un paese estero dove avrà seguito un qualche master vacanziero. Lì, alla mercé di chiunque e alla faccia delle leggi burine interpretate da italiani da scrivania. Impiegati ritratti dal cinema di Sordi, con la coscienza sollevata dall’uso foraggiero d’un’inutile frustrante burocrazia nostrana. Alla faccia dei burocrati italiani. Alla faccia di quegli sciocchi che interpretano le norme in modo restrittivo a priori, a prescindere, soprattutto a prescindere dal buon senso. Buon senso che hanno parcheggiato nella cantina della loro intelligenza, messo da parte per giorni migliori, semmai verranno.

 

Viviamo in un mondo interconnesso, interdipendente.

 

Ah, la privacy!!!

“Il sorriso di Emilia”, di Federico Caramadre Ronconi; Hermes Edizioni
www.ilsorrisodiemilia.it

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