La mia generazione ha vissuto una delle più grandi illusioni del novecento: la meritocrazia. Peggio: la democratica illusione. O l’illusione democratica. O la democrazia stessa. Insomma, Requiem.

Mi spiego. La democrazia si basa su un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: il principio di uguaglianza. Secondo la teoria, si è tutti sullo stesso piano. Siamo tutti uguali dinanzi alle leggi che disciplinano il vivere civile, la coabitazione, la convivenza. Abbiamo tutti il diritto di esprimere un parere, un giudizio, la possibilità che le nostre idee vengano espresse e rappresentate attraverso lo strumento del voto.

Fin qui è cosa certa.

Poiché si è tutti uguali dinanzi alla legge, tutti hanno pari diritti.

E qui iniziano i problemi.

Già, perché la mia generazione, dicevo, ha creduto davvero in quei principi lì.

 

“La legge è uguale per tutti”

 

Lo studio, la preparazione, il merito, la coesistenza, la sacralità della vita e il primato dell’inviolabilità dell’individuo, sono stati per anni il motivo ricorrente della formazione e della crescita di un’intera generazione: i figli e la coda italiana dei “baby-boomers”, i nati durante l’esplosione demografica del dopoguerra.

I baby-boomers anno vissuto in prima persona le lotte per i diritti civili, la guerra del Vietnam quando americani, la rivoluzione sessuale, il passaggio da hippie a yuppie. Sessantenni oggi o giù di lì. Di questi solo la coda o i figli stessi: quelli nati dopo il sessantotto, per intenderci. Nati con la televisione in bianco e nero, le partite sentite la domenica con le radioline, i giochi inventati in mezzo alla strada, la libertà di crescere a contatto con animali senza targhette e il lusso di fare merenda con pane e olio dopo una corsa in bicicletta tra strade asfaltate alla meno peggio e campi coltivati. Troppo giovani per sfruttare l’onda d’urto rivoluzionaria del sessantotto, ancora troppo giovani persino per capire le ragioni degli anni di piombo e comprenderne la portata, ma giusti per avere inculcata dentro un’idea di principio mista a uno strano senso del dovere e dello stato, che in quegli anni di incertezza politica andava via via formandosi spontaneamente e si faceva strada tra un quiz televisivo o uno show del sabato sera e il nuovo telegiornale, finalmente, a colori.

Poi, un giorno, scoprimmo di essere diventati adulti. Tutt’insieme.

Nonostante vivessimo già per conto nostro, fuori dalla casa in cui eravamo cresciuti, quella dei genitori, il fatto di non avere una completa soddisfazione economica contribuiva a renderci una sorta di “eterni studenti”. Quelli della mia generazione. Quelli che passarono dalla laurea presa a fatica direttamente al precariato preso per forza.

Ce ne accorgemmo? Sì, tardi. Solo quando, con uno sguardo cascato per sbaglio sulla nostra carta d’identità, vedemmo di aver già compiuto gli stessi anni coi quali i nostri genitori ci avevano avuti. Noi niente. Niente figli, niente famiglia, spesso neanche un amore stabile: senza un lavoro, che famiglia si sarebbe mai potuto pensare di metter su?! Sarebbe stato da irresponsabili. Sì, c’è chi lo fece. Contando su mamma e papà. Non solo senza il lavoro per il quale avevamo tanto studiato e praticantato e per cui nutrivamo legittime aspettative. No: senza un lavoro e basta. Senza un qualunque lavoro qualsiasi e basta.

Dato che l’occupazione “legittimamente agognata” nel frattempo pareva essere divenuta una chimera, sovvertendo quell’ordine di principi incrollabili a caposaldo della nostra formazione democratica, iniziammo a cercare un lavoro qualunque. Un lavoro come un altro. Così scoprimmo improvvisamente che avevamo già troppi anni, troppi titoli, troppa esperienza, troppi meriti, troppa capacità. Allora corremmo ai ripari “inventando” un lavoro nuovo: “a progetto”, “a contratto”, di sviluppo, per collaborazione, temporaneo. Oppure mettendo su un’impresa personale con “partita imposta sul valore aggiunto”, a partita iva, senza contributi, senza ferie pagate, senza tutela per malattia.

Insomma, ancora senza diritti.

Comprendemmo che in larga misura i sindacati erano divenuti “consorterie” avvezze al sistema. Poco a che vedere con quell’idea romantica della tutela dei diritti del lavoratore. Essere iscritti qui o là, un po’ come tifare per questa o per quella squadra di calcio. Niente più. “Partita iva”: la soluzione obbligata. Scoprimmo con incredulità e stupore di dover pagare le “tasse sul reddito presunto”. Prima d’ogni cosa. Apro una partita iva, ci provo, provo a fare il mio mestiere. Paga! Le associazioni di categoria mi diranno come fare. Paga! Esisteranno dei fondi, delle facilitazioni, un modo per incentivare la produttività! Paga! Prima d’ogni cosa quelle imposte secondo gli studi di settore. Non le tasse in misura di quanto effettivi sarebbero stati i tuoi guadagni, macché! Troppo semplice per l’esofago burocratico onnivoro di calcoli astrusi e determine probabilistiche. Era così: altri avevano già deciso a tavolino, secondo statistiche e calcoli, quello che avremmo dovuto e potuto guadagnare con la nostra nuova attività. Pertanto ci “invitavano” a pagare il relazione a delle ipotesi. Lontane dalla realtà.

No, non è caro, disse il venditore di storie. Sarà un caffè come un altro, con un po’ di residuo fisso, acqua all’arsenco e un leggero tanfo di benzina. L’importante è che potrai fare una passeggiata sulla spiaggia, continuò a raccontare il venditore di storie. Poco importa se il mare è malato e la sabbia va cercata tra i varchi nell’immondizia.

Già! Potrei continuare all’infinito con questa fiera delle assurdità, cui ogni burocrate dal canto suo opporrebbe questa o quella considerazione vintage. È il suo lavoro: perpetrare lo stallo.

I figli?! Non li avemmo subito. Molti di noi. Troppi. Spesso quelli che avevano più studiato. Non li avemmo per un discutibile senso di responsabilità. Forse perché ancora non ci volevamo arrendere all’idea di un lavoro qualunque. Quando per anni ti insegnano che il lavoro è l’espressione della personalità, “che cosa vuoi fare da grande?”. Non avere più né la chance, tantomeno il diritto di desiderare l’occupazione sognata, per la quale hai tanto studiato, in cui da sempre hai investito emotivamente ed economicamente, è dura da accettare. Più di quanto si creda. Salta un sistema interiore di valori. Salta il banco. Si scompagina il gioco. Si cambiano le carte in corsa. Salvataggio. Ci vuole tempo, a volte una vita.

Che dice il venditore di storie?! Espatria.

In molti pensarono di cercarlo all’estero, il diritto ad essere quello che si è. Altrettanti decisero di cercarlo ancora dentro casa, quel sogno lì, arrendendosi più facilmente, dopo aver vissuto una sequela infinita di diritti negati e di battaglie perse, quando davanti all’ultima striscia blu del parcheggio di un ospedale avrebbero letto 3€ l’ora, mentre tutti sanno che non ci sono alternative al mezzo privato, per arrivare fin lì. A me è capitato.

Seimila lire. Un’ora di parcheggio all’ospedale. Seimila lire.

Vi ricordate cosa significava?! Erano tante 6.000 £.

Quando inventarono le strisce blu, i burocrati di prima, quelli incapaci di fare impresa coi soldi propri ma capacissimi di occuparsi del bene comune come fosse un affare privato, andavano raccontando la favola che sarebbe stata la panacea di tutti i disagi, dei parcheggi in doppia fila, dell’ingolfamento da traffico delle città: avremmo tutti trovato posto grazie alla rotazione messa in moto dai pagamenti, diceva il venditore di storie. E così fummo privati di un altro diritto: il diritto di arrivare in un posto e fermarsi. Strisce blu e zone blu con l’accesso riservato. Ingresso contingentato a orario o a pagamento per zone, aree, interi quartieri, centro città, costruiti e manutenuti col denaro prodotto dal lavoro della mia famiglia, dei miei genitori, dei miei nonni, di ognuno di noi. Tasse pagate per anni da una popolazione intera a vantaggio improvvisamente a vantaggio di pochi privilegiati. Zone sottratte con il pretesto della “mala gestio”. Che bella questa storia raccontata dal venditore di storie!

Sì, gli italiani sono sempre stati dei grandi risparmiatori. Con i frutti di quei risparmi generazioni intere hanno contribuito alla creazione di un paese intero: dalle reti stradali e ferroviarie a quelle energetiche, delle telecomunicazioni, dai porti ai ponti, dalle compagnie di trasporti alla grande industria, dalla scuola alle poste, dalla sanità al demanio. I seguito la gestione della cosa pubblica subì un tracollo. Il venditore di storie fece impresa col venditore di sogni e continuò a sciorinare la sua mercanzia. Ricordo che nei primi anni ’90 qualche amico visionario sosteneva che i problemi del futuro sarebbero stati la gestione dell’acqua e dell’immondizia. Dell’immondizia! A chi vuoi che possa interessare l’immondizia?! Dicevamo. L’acqua?! L’acqua è di tutti, dicevamo. È come l’aria l’acqua. Ecco.

Da anni, qualcuno provvede a vendere, meglio, non i beni che restano comuni, ma la loro distribuzione. Geniale. Il venditore di storie insieme al venditore di sogni fanno un’associazione a delinquere che pubblicizza la sua attività come sociale. Le reti di distribuzione, infrastrutture create col sudore di generazioni intere, dopo essere state rese improduttive ad arte, vendute impoverite al peggior offerente. La svendita all’amico dell’amico, che ti saluta sorridente dopo aver ottenuto il premio per le attività caritatevoli che sostiene.

Strisce blu: da questo si misura la salvezza di un popolo.

Dalla presenza di questa zozzeria amorale il suo stato di salute.

 

Il venditore di storie. Il venditore di sogni.

La vacanza al mare.

La vacanza in montagna.

Le feste comandate.

La connessione libera.

Il furto condiviso.

Il caffè all’arsenico.

 

Lei è piuttosto difficile, disse il venditore di storie.

Guardi, non mi faccia la morale e mi dica i prezzi, risposi.

“Il sorriso di Emilia”, di Federico Caramadre Ronconi; Hermes Edizioni
www.ilsorrisodiemilia.it

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