Ophelia sta affodando e muore con un sorriso congelato impresso sulla fronte.

Sulla soglia dell’ingresso esterno c’è la solita sbarra biancorossa, con annessa pertinenza del vigilantes. Anche qui. Una immagine che si perpetua. Dovrebbero guardare chi arriva dietro dal vetro, i vigilantes ovviamente assenti.

Parcheggio con qualche difficoltà: pieno. È orario di visita e qui arrivano tutti in auto. Non c’è altro modo. Gli orari di ingresso e di uscita per le visite in clinica non collimano affatto con quelli dei rari mezzi pubblici che passano da queste parti. Mi chiedo chi dovrebbe occuparsi di questa concertazione tra enti e strutture diverse, che offrono servizi complementari: la politica, i manager? Ambo? No comment.

Sono a piedi lungo il viale. Piove. Non ho l’ombrello, pazienza. L’ingresso pedonale della casa di cura è cento metri più giù. Un grosso tappeto di canapa logora è spalmato davanti al complesso sistema di infissi in alluminio anodizzato, una specie di protiro contemporaneo, monumento alla bruttezza e insulto alla nostra storia dell’architettura e dell’arte, perpetrato negli anni ‘70/‘80 da tecnici ignoranti. Ignoranti o con cattivo gusto. Ma se non sei ignorante non puoi avere cattivo gusto. Vabbé, lasciamo stare.

Sono dentro. No, non ancora. C’è una seconda porta che segue la prima. La varco. Un lungo bancone a mo’ di reception segna il profilo dell’ambiente. Di fronte, una elle di corridoi ampi, con corrimano di pvc fissati ai muri, decine di vecchi in movimento autistico e slalom tra sedie a rotelle e deambulatori.

Come trovare un ago in un pagliaio. Mia nonna.

Alla reception non si vede anima viva (ovviamente). Una signora si sta prendendo cura di un uomo anziano su una sedia. Mi dà lo spunto per chiederle informazioni. È congiunta di quel degente che assiste. Spiega che a quell’ora la maggior parte degli infermieri sono in palestra, per le attività pomeridiane. Grazie.

La collaborazione tra utenti può dare qualche frutto.

Utenti. Ecco cosa. Utenti.

Ti è mai capitato di sapere d’essere un utente?

A me succede di seguire quelle indicazioni. Mi infilo passo dopo passo in questo lungo girone dantesco di uomini e donne martirizzate nella loro indipendenza. Percorro il corridoio passando dal centro, quasi a non voler invadere il loro spazio, quello accanto ai corrimano di sicurezza. Gialli, come l’emergenza. Bianchi, come la conservazione di una presunta pulizia antibatterica. Neri, di sedimenti pulviscolari pervicaci, ignorati da mani addette indolenti. Giro l’angolo laggiù lontano.

Un altro corridoio e via, giù, più giù, fino in fondo. Dentro.

A destra si apre un varco, ci sono persone che tentano di entrare e uscire da un nuovo portone anodizzato. Carrozzine e deambulatori in fila. Qualcuno tampona chi lo precede, persino. È una via che conduce fuori, all’aperto, sul retro, in una piazzola alberata cosparsa d’asfalto. Sembra il varco per l’ora d’aria di decine di condannati. C’è un ingorgo. Tutti vogliono uscire. È l’ora d’aria. Mi metto in fila ma niente, mi guardano e mi fanno passare. È come se mi dicessero con gli occhi “cammina, almeno tu, tu che lo puoi fare. Muoviti, passa!”. E io passo. Subito fuori, uno sguardo a destra, uno a sinistra, no, non c’è, non la vedo. Per scrupolo cammino fino in fondo, arrivo dietro l’angolo del fabbricato, dove pare non ci sia nessuno. Troppo lontano per i loro armamentari. Niente da fare. Rientro. Torno sui miei passi con sulla faccia l’espressione stampata di uno che sta cercando un parente. Devono averne viste a bizzeffe di facce con espressioni come la mia, i vecchi di qui. Sì, perché uno, senza chiedermi nulla, allunga il braccio e punta l’indice diritto verso una porta, poco più giù. Mi guarda fisso e dice “quella è la palestra, provi lì”. Mi fermo un istante: il tempo di notare che quegli occhi sono velati di trasparenze cristalline e di dire grazie. Poi sono sulla porta della palestra. Dentro c’è musica. Tre, quattro file di donne in carrozzina guardano due infermiere di mezza età. Quelle infermiere ballano di fronte a loro, muovendo piccoli passi lateralmente: ora a sinistra, ora a destra. Le anziane inferme seguono i passi partecipando alla danza col movimento delle braccia. Alcune cantano. Altre azzardano anche un avanti e indietro con la sedia a rotelle a tempo di musica. Qualcuno, in mezzo a questo trambusto, riesce a dormire. Davvero non ce la fa. A testa bassa tra la confusione, nel sonno di una vita che sa ancora risparmiare le energie.

Mi meraviglio. È una gioia pensare a mia nonna lì in mezzo, immaginarla cantare a squarciagola su una carrozzina come fosse una quindicenne. Resto sulla porta, un po’ per rispetto, un po’ per pudore e un po’ per discrezione. Scandaglio le file. A una prima rapida occhiata niente. Meglio cercare con attenzione, potrebbero averle cambiato mezzo di locomozione, maglietta, pettinatura, scafo.

Prima fila, niente.

Seconda, niente.

Terza, macché.

Quarta, neanche a parlarne.

Quinta, sto perdendo le speranze.

Poi quelle carrozzine in ordine sparso: possibile che stia dormendo in mezzo a questa discoteca per anziani?! Per me sarebbe una frustata. Vorrebe dire che sta male. Ancora niente, non è neppure tra gli outsider o i dormienti.

Una delle due infermiere si scosta, deve cambiare la canzone con un programma che pare gestire attraverso un televisore digitale, attaccato alla parete di fondo. Ne approfitto, mi avvicino, provo a parlarle.

«Mi scusi».

«Sì?».

«Sto cercando mia nonna. Ho guardato nei corridoi e fuori, mi hanno suggerito di venire qui, ma niente».

«Come si chiama?».

Le urlo il nome nell’orecchio. Il volume della musica è alto e persistente. Sono anziani, sentono poco, musica a palla. Mi fa cenno di attendere. Si sposta in un angolo, prende un registro, lo sfoglia, alza lo sguardo verso le quattro file di ballerine in vestaglia, lo riabbassa, legge ancora. Fa cenno di no col capo. Si avvicina.

Mi urla nell’orecchio. «Deve salire al terzo piano. Questo è il centro diurno, dove si fanno le terapie, ma qui non è mai scesa. Vada a vedere nelle camerate».

«Nelle camerate?».

«Sì, l’altro complesso. È dove dormono. Corridoio a destra, ascensore, terzo piano, altro corridoio, ascensore, secondo piano ed è arrivato. C’è da camminare un po’».

Mi sorride. Intanto si avvicina un vecchio traballante che alza le mani.

Lei si gira, gliele prende tra le sue e lo fa ballare a suon di musica muovendogli le braccia al ritmo di un’allegra confusione. Il vecchio ride come un bambino. Le carrozzelle agitano all’unisono applausi di braccia in vestaglia.

Ringrazio. Esco. Giro l’angolo. Corridoio vuoto. Ascensore. Passaggio interno. Altro corridoio. Bianco, Giallo, Grigio, Celeste. Qui, senza anima viva. Altro ascensore, desolato. Si apre al piano. Sono in una corsia che riconosco, quella del primo giorno, quella delle mutande da lavare con la cifra da cucire a pagamento sugli indumenti.

L’astanteria è vuota, niente infermieri, niente lavasecco, nessuno. Nella corsia poca gente. Sono tutti al centro diurno, com’è probabile. Giusto un vecchio giù in fondo, in piedi, fisso col naso contro il muro. Più in là una donna seduta sullo strapontino del deamulatore e una flebo pendente. Un’altra è sulla carrozzina poco più giù che dorme a collo storto e faccia abbandonata abbandonata abbandonata contro il muro. Mi dirigo nella camerata. I letti sono vuoti. Non c’è neanche qui. Guardo l’orologio. Ho consumato più di mezz’ora dell’ora di ricevimento e ancora niente. Quando la troverò dovranno concedermi del tempo, penso. A che serve mettere regole su regole se poi è impossibile praticarle? Un’ora d’auto per arrivare qui, un quarto d’ora per trovare qualcuno cui rivolgermi, mezz’ora solo per cercarla e ancora niente. E magari me ne dovrei andare, dopo averla finalmente scovata e potuto parlare con lei solo per gli ultimi dieci minuti?! No.

Mentre penso a queste inezie gli occhi sbattono sul comodino. Lo sguardo sbatte e si abbatte.

C’è il contenitore della dentiera di mia nonna: aperto. Mi avvicino. La dentiera è dentro. Brutta sensazione. La dentiera c’è. Lei no.

Devo parlare con un responsabile. Voglio sapere. Esco, giro, vado di gran carriera verso l’infermeria e un colpo al cuore mi frena il passo. È lì, sulla carrozzina, il volto abbandonato sulla spalla, il collo lasso, le braccia conserte, la bocca semiaperta, un rivolo traslucido di saliva scava la ruga, di traverso, di fronte al muro del corridoio, gli occhi chiusi, lasciata a se stessa.

Mi avvicino piano, la accarezzo dolcemente. Povera donna sola. Si scuote dal torpore in cui è caduta, dall’abisso nel quale stavano fluttuando mente e corpo. È senza denti, irriconoscibile. Sono poco abituato a vederla così, sempre tanto attenta alla cura della sua persona, sempre a posto, sempre in ordine, sempre bella, di quella bellezza che sanno solo le nonne.

«Sei tu?».

«Sì nonna, sono io».

«Meno male. Ho fame», mi dice.

«Sono quasi le sei, a che ora hai mangiato?».

«Non ho mangiato, non mi hanno dato la dentiera, io non ci vedo».

Testa al cielo. C’è un soffitto che mi ferma. Bianco. Vedo nero.

 

Già, quello era il giorno in cui non aveva pranzato, rimasta a digiuno perché al centro diurno pensavano fosse in corsia, mentre in corsia erano convinti che il vitto (si chiama così con una terminologia talmente orrenda che ti passa qualunque appetito), che il vitto, dicevo, le sarebbe stato somministrato, “somministrato” appunto, alla stregua di una medicina, nel centro diurno, sì, nel centro diurno e non in corsia. Io penso che lo faccia tu, tu pensi che lo farò io, e nessuno lo fa. Ecco come vanno le cose.

Risultato: dopo il lavoro perso, le corse, i chilometri, le strade ritorte, il digiuno programmato, le ansie colorate, i disturbi senili, le paturnie ufficiali e quelle ufficiose, dopo le prediche retoriche dei catecumeni da strada e le ramanzine semantiche dei pupazzi della solidarietà sociale, arrivo e trovo mia nonna addormentata, in pieno giorno, che non ha pranzato, col collo abbandonato alla bava e curva su se stessa, seduta su una sedia a rotelle che è parcheggiata a fronte muro, fronte muro, all’interno di un corridoio vuoto. Capo debole. Cuore delicato di una vecchia testa vinta dallo schiacciasassi delle abitudini protocollari dei professionisti del dolore cogestito.

Indignarsi?! Ma no. Questa non è l’eccezione. Questa è la prassi.

O dovrei raccontare anche di quando, scoprendole la tuta all’altezza della gamba, vidi un’enorme macchia violacea, un livido, un lembo di carne tumefatta causato dal continuo sfregamento di un ferro della sedia a rotelle. Sì, a causa di una sedia impropria, riparata malamente con del filo di ferro per mancanza di fondi. Un accrocco di fortuna fatto di viti e bulloni che stava dove non sarebbe dovuto essere, perché sfregava sulla carne di una povera anziana che aveva smarrito le parole del dolore. È così, si trattava di una sedia con le pedanine arrangiate alla meglio, aggiustate da qualche persona di buona volontà, pedanine di cui, però, quella parte metallica di troppo sfregava continuamente su una pelle sottile come carta velina di una donna inferma di 95 anni, causandole un livido permanente gratuito e doloroso.

O ancora di quando non aveva bevuto una sola goccia d’acqua per mezza giornata. Questo perché l’unica bottiglietta possibile, a pagamento, acqua a pagamento in una clinica convenzionata, doveva esserle caduta da qualche parte e lei, oramai non vedente, non era più riuscita a capire dove fosse. Donna anziana indifesa che nel frattempo aveva perso la consapevolezza e la capacità di chiedere da sé acqua da bere. Chiedere qualora avesse avuto sete, com’è stato. I vecchi a un certo punto non ci pensano più. Provate a passargli un bicchiere d’acqua. Vi ringrazieranno.

O quei giorni trascorsi sulla sedia a fare niente, dopo il tempo sul letto a fare niente. Un niente da cui si è invasi ancor prima della morte, un niente tecnico aggregato al tempo dei vecchi da una concomitanza di circostanze casuali, poiché al piano terapeutico previsto dal medico sarebbe seguito sì quello fisioterapico, ma non prima di aver sottoposto nuovamente a visita l’anziana donna da parte del primario.

“Ah, è così. Prima di farle fare attività motoria deve fare un’altra visita col primario. Ho capito. Magari è il caso che io sia presente. Quando lo trovo, il primario?”.

“La prossima settimana”.

“Che vuol dire? Che non mi dite a quale fisioterapia la sottoporrete prima di una settimana?! Anche qui? A me pare stia peggiorando di ora in ora. Ieri l’altro mangiava e aveva fame, oggi invece solo roba liquida, che spesso oltretutto rifiuta. E sono trascorsi solo tre giorni!”.

“Sa, a quell’età… È un miracolo che sia viva. Ma non si deve preoccupare. Qui ci pensiamo noi, è seguita. Per parlare col primario deve prendere appuntamento”.

“Ho visto. È seguita. Dal muro. Dove posso prendere l’appuntamento?”.

“Giù, chieda negli uffici. Che muro?”.

Salvo poi scoprire negli uffici che “il primario non riceve i familiari prima di quindici giorni a partire dal primo ricovero”. Quindici giorni! Lui si degna di visitarle solo dopo quindici giorni che sono arrivate in casa sua, queste creature di Dio. Ah però!

A novantacinque anni e in quelle condizioni, no, “in quelle condizioni, a qualunque età, quindici giorni sono una vita. È sicura che non ci sia modo di incontarlo prima?”, dico.

“No, non credo. Il numero 10 è l’ambulatorio in cui riceve. I giorni sono indicati lì, ma senza appuntamento non può entrare”. Non posso, non si può, non ancora.

Sì, perché in questo paese siamo tutti bravi a mettere veti. Io sottolineo la mia “importanza” evidenziando un veto che tu sarai obbligato a rispettare. Così ragiona il paese dei burocrati: si fa prima a spiegare quello che non si deve, piuttosto che quello che si può. I diritti poi, sono solo una chimera scritta col sangue su una meravigliosa quanto disattesa carta costituzionale.

L’ambulatorio del primario sarà off-limits insomma. Ecchissenefrega. Non sono io a essere in difetto. È questo sistema assurdo che calpesta la dignità delle persone.

Non ricordo come faccio ma entro. Fila regolare, attesa, mi presento. Mi caccia in malomodo, nel senso che alza la voce in modo scortese e prova a farmi uscire, ma non faccio una piega e resto lì, uso le parole e le parole dette in modo diretto, gentile ma fermo, funzionano. Lo guardo diritto negli occhi e gli allungo le radiografie. “Ah! La signora. Sì, mi hanno detto qualcosa”, che suona un po’ come mi hanno già spiegato che ha dei parenti rompicoglioni, che sarei io, meglio penso, così non c’è bisogno di ripresentarsi e spiegare tutto il quadro clinico e le complicanze. Eccolo, guardalo il primario davanti a te, penso, si scusa quasi, si giustifica, lui non c’era, “è tornato da poco da un viaggio”, erano le sue vacanze, ah capisco, le vacanze, ecco perché “non prima di quindici giorni”, tra me e me pensavo fosse la privacy, invece erano le vacanze, ma non me ne frega una sega, voglio capire cosa intendano fare a mia nonna, quando inizieranno con la terapia vera e propria, quella robusta, quella seria, quella utile per rimetterla in sesto, un tentativo che ritengo indispensabile per guarire quantomeno la fiducia che ha perso, che sta perdendo d’ora in ora, dopo un intervento chirurgico subito a novantacinque anni. 95.

Niente da fare, legge, non capisce, chiama il vice. Il vice arriva con altre carte. Il primo primario si incazza con lui, lo tratta con disprezzo davanti a me, eccolo lì il primario, guarda che modi con i sottoposti, penso. Bravo, bella roba, primario per arroganza, penso. Il vice non gli dà peso, è abituato. Già! È stato uno dei medici più gentili e comprensivi che abbia incontrato qui dentro. Non ha mai negato una buona parola, un consiglio, un po’ d’umana comprensione.

Ebbene, dopo un farfugliare cartaceo arriva la sentenza. Dice il primario: “non inizieremo a farle una terapia decisa prima di uno, forse due mesi”.

“Così tanto tempo?”, chiedo.

“Si deve formare il callo osseo, altrimenti rischiamo. A quest’età il metabolismo è lento, ci vorrà tempo”.

Cosa rischiano mi chiedo… Peggio di così non può andare. Mia nonna potrebbe solo decidere di morire da un giorno all’altro per non darsi più pena e non darla a me.

E poi, per due mesi che avrebbero fatto? Dentiere dimenticate e mura lise appese al collo lasso.

Allora vieni avanti penso, oramai la musica la conosci, sempre quella. Sono senza parole, il Controllore del Treno è stracotto di superbia, la carrozza è vuota e io sono l’unico passeggero. Il treno corre su un binario morto e non ci sono cruciverba che intrattengano il resto delle carrozze deserte davanti al finimondo che da qui a qualche ora dovrà affacciarsi tra i finestrini sporchi.

Dico: “questo significa che potrebbe perdere completamente l’uso delle gambe. Due mesi di immobilizzazione a quell’età, coi tempi lenti di recupero che avrebbe dopo, praticamente significa condannarla”.

Il medico gentile annuisce, suo malgrado. Il primo primario è vacante, con lo sguardo e con la mente.

Ribadisco scandendo, lento: “quindi, se non ho capito male – al momento – qui – è praticamente parcheggiata”.

Silenzio.

Resto in silenzio anch’io. Li guardo negli occhi, prima uno, poi l’altro. Ma non potevano dirlo subito?! Penso. Sì. Al momento stesso del ricovero, penso. Questa è la prassi che adottano con tutti i pazienti. Tutte queste cautele la cui ultima conseguenza è complicare i quadri clinici, penso. Potevano dirmelo subito. Avvisarmi della prassi. Fin dal primo giorno penso. Ofelia affogherà guardandosi affogare. Ecco.

Tutte queste energie sprecate: l’operazione, il ricovero, vieni tutti i giorni mattina e sera anche solo per motivarla a mangiare, per tenere in vita la sua voglia di vivere, discuti di acqua, di medicine, di dentiere, di mutande, di ginnastica che non c’è, di ferri che lacerano, di orari scostanti, di cibo nascosto. Discuti con le infermiere, i portantini, le segretarie, i parcheggiatori, gli uscieri, le mignotte della burocrazia e poi, questi sono lì, dottori in divisa con camice bianco dall’altra parte di una scrivania, ovviamente in piedi che bisogna sbrigarsi che forse, e dico e sottolineo forse, perché fuori c’è altra gente che aspetta di parlare col primario, insomma questi qui con quelle facce lì sono là a dirti che “c’è da fare poco o niente”. Poco. Niente.

“Parlerò chiaro, vi sarei grato se mi deste una risposta altrettanto diretta”.

“Dica”.

“Quel poco che fareste qui a mia nonna adesso, in queste condizioni, posso pensare di riuscire a farlo a casa mia, chiamando una fisioterapista a pagamento?”.

“Sì”.

Una firma il giorno stesso e l’indomani mia nonna sarebbe stata di nuovo a casa sua, nel suo letto, tra i suoi affetti, nel suo mondo. Magari tra mille difficoltà logistiche, certo, dai pannoloni che “non te li danno se non c’è una certificazione” che passano almeno due mesi per averla e intanto si piscia addosso oppure spendi uno stipendio e te li compri al prezzo di un Goût de Diamant o di un millesimato aristocratico italiano, fino alla mancanza di una sedia a rotelle, a un letto con le sponde per evitare che cada durante il sonno, alle traverse sintetiche o il materasso gonfiabile antidecubito.

Ma che volete che dica: una firma e mia nonna è a casa sua.

Se dovrà morire, sarà nel suo letto, vicino al calore dei suoi cari.

E fanculo il resto. E questi.

 

“Il sorriso di Emilia”, di Federico Caramadre Ronconi; Hermes Edizioni
www.ilsorrisodiemilia.it

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