Emilia aveva un cane. Si chiamava Titto.

Per dirla tutta quel cane non era di nessuno, apparteneva a se stesso.

Titto faceva parte di una cucciolata poco numerosa, figlio di una cockerina color champagne e di un volpino bianco e nero. Così era nato un cane col pelo lungo, di taglia medio-piccola, la stazza di un cocker e gli occhi di un volpino. Il pelo a ciuffi bianchi e neri, il musetto affilato e le orecchie a scendere, più corte di quelle di un cocker ma altrettanto simpatiche. Era stato dato in adozione a compagno di classe.

La madre, Stella, era rimasta con noi, a casa mia. All’epoca avrò avuto dieci, dodici anni. Ricordo che un giorno inforcai la bicicletta e mi recai a casa di quel compagno, per salutarlo e con l’occasione vedere un momento quel cuccioletto tanto vivace. Lui non c’era, in casa non rispondeva nessuno, suonai più volte il campanello invano.

Eravamo in estate. Il sole a picco del primo pomeriggio infuocava il cemento del patio intorno alla casa. Provai ad ottenere con la voce il risultato che mi era stato negato dal campanello. Niente.

Dal retro del piazzale di cemento dell’ingresso un guaito sommesso, quasi soffocato. Poggiai la bicicletta al muro e mi introdussi sul retro, sentendomi vagamente in colpa poiché stavo entrando senza permesso in uno spazio che non mi apparteneva. Il sole a picco che asciugava le ombre a raso sui muri rendeva tutto meno confortante.

Appena dietro vidi quel piccolo cagnolino, legato con una corda cortissima al canale di gronda dello scolo delle acque piovane. La sua cuccia un pezzo di cartone strappato reso infuocato dal solleone e poco più in là una ciotola sporca senza più acqua all’interno. Niente cibo. Era sporco. Piangeva.

Appena svoltato l’angolo, vedendomi, prese a scodinzolare.

Non ci pensai due volte. Slegai quel cagnolino e me lo portai via.

Una volta a casa chiesi a una mia cara zia, vicinissima alla mia abitazione, se lo volesse. Lei accettò, ma da quel giorno quel cane passò molto più tempo nel mio giardino che nella casa vicina, dove si recava di quando in quando per mangiare qualcosa in più. Ogni giorno stazionava fuori della cucina della nonna Emilia, dove aveva persino imparato ad aprire la porta finestra per dire che era arrivato e, nel caso ci fosse qualcosa da mangiare, lui era pronto, lì, a scodinzolare tra la cucina e il giardino di nonna. Qualcosa da mangiare ovviamente c’era, sempre.

Fu così che quel cane, mio, suo, costruì un rapporto speciale anche con mia nonna.

Lei era solita andare in paese a piedi. Oramai erano passati i tempi della sua bottega, che aveva ceduto per ritirarsi a vita privata, ma in paese continuava ad andarci regolarmente, tutti i giorni. Spese, bollette da pagare, ricette mediche, disbrigo di commissioni varie. Camminava a piedi tirandosi dietro un carrellino a rotelle in cui infilava le buste con gli acquisti giornalieri. Titto la precedeva o la seguiva. Sempre. Tutti i giorni. Che fosse sereno o nuvoloso, caldo o freddo, quel cane la seguì per anni.

Quando era necessario trovare mia nonna in paese, per un motivo o per l’altro, ricordo che cercavo il cane. Se era fuori della frutteria, accucciato ad aspettare, significava che mia nonna era lì dentro. Così per l’ufficio postale, il negozio di alimentari o qualunque altro posto aperto al pubblico. Cercavo il cane, trovavo lei. Impossibile sbagliare. Quando Titto arrivava per primo in paese, anticipando di qualche decina di metri mia nonna, che arrivava da dietro un vicolo o da sotto una salita, la gente vedendolo diceva “ecco Emilia!”. Ed Emilia, puntuale come un orologio svizzero, arrivava, annunciata per tempo dal suo accompagnatore Titto.

Quel cagnolino era talmente intelligente da aver imparato persino ad entrare in banca, aspettando diligentemente il suo turno dietro la porta automatica.

Un giorno, tempo dopo, incontrando quel compagno di scuola, gli chiesi come stesse quel cagnolino che gli avevo dato tempo addietro.

Benissimo! È cresciuto. Rispose.

“Il sorriso di Emilia”, di Federico Caramadre Ronconi; Hermes Edizioni
www.ilsorrisodiemilia.it

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