Quarto giorno.

Non chiedetemi le virgole. È un pensiero che va diritto.

Ossa franate sotto il peso degli anni.

Se potessi metterei in scena un “Romeo e Giulietta” musicale. Invece debbo occuparmi di capire cosa significhi “chiodo endomidollare con vite”. Al più presto.

È come sentirsi completamente scollati da tutto il resto.

Invece no. In una commedia musicale la canzone non è altro che il seguire drammaturgico di un’azione, a volte una sottolineatura e altre trama che scorre. Non si tratta di porzioni di spettacolo a comparti stagni, dove la mano sinistra non si cura di cosa stia raccontando la destra. Diffidare da chi improvvisa.

Il dottorino, quello dal nome e cognome col curriculum ritrovato tra le anse e i rivoli del web, è stato declassato dai fatti. Ho potuto parlarci direttamente per circa venti secondi. Un’eccezione. Una concessione. È successo il giorno dopo, prima che gli infilassi nella mano il mio telefono con all’altro capo l’amico Giorgio, l’ortopedico geniaccio, che si è prontamente informato su quale tipo di intervento avessero in animo di fare, qui, in ospedale. E quando.

Forse domani, forse la prossima settimana. Non si sa. Questo mi ha detto il giovane (non più giovane) medico del reparto, infilato lì da chissà quale carica politica.

L’ho guardato allontanarsi infagottato nel suo camice bianco alternando passi abituati su scarpette verdi verso il bar esterno al presidio, accompagnato da un altro medico, in una cerimonia che sancisce uno scambio di chiacchiere tra liberti pari ruolo e livello. Una prassi consolatoria, per consolidare un’alleanza super partes, che chi è a contatto giornalmente con la sofferenza dei pazienti dovrà pur in qualche modo coltivare, per non soffocare sotto l’artiglieria delle urla degli afflitti e dei pianti dei loro congiunti. Ho provato un sentimento di compassione, guardandoli allontanarsi. Sì, comprensione per il loro ruolo: così dentro, eppure così distanti dalla sofferenza al tempo stesso. Ci si fa il callo. Una corazza emotiva.

È così che verrà anche il tempo di un traghetto per Olbia.

 

I giorni seguono e iniziano a confondersi. I primi, trascorsi in una specie di astanteria con i letti vuoti e nessuna puerpera all’appello e gli altri, dopo il trasferimento nella corsia del reparto di ortopedia. Lì stabiliranno finalmente se e quando intervenire.

 

Nel frattempo, mentre la burocrazia del dolore celebra il suo percorso e i suoi riti quotidiani, vedo portantini in lacrime perché rischiano di perdere il posto di lavoro e medici impazienti, che vorrebbero trovare la porta d’ingresso aperta solo a un determinato orario, seminando malumore e inutili tensioni. Di là dalla porta in alluminio mia nonna si indebolisce progressivamente. Io aspetto l’orario per rassicurarla. L’orario del traghetto Nuraghes da Civitavecchia.

A quell’età ogni giorno equivale a un quinquennio.

Ogni giorno perso prima dell’intervento chirurgico, che pare inevitabile, equivale a cinque anni di invecchiamento precoce, di salute persa, di forze che lasciano la casa madre, di intenzioni che partono e che mai più faranno ritorno.

Prediche, pensieri sparsi sulla mia generazione, chilometri giornalieri e immagini che rigurgitano dalla memoria, lacrime pendolari di spazzini in tuta verde, sguardi traversi di impiegati in camice bianco. Arrivare a stazionare qui, su questa panchina rattoppata, lucida di alcol sui ferri di struttura e piena di polvere nascosta sotto.

VIRGOLE DI UN DISAGIO MUTO

Muto.

“Il sorriso di Emilia”, di Federico Caramadre Ronconi; Hermes Edizioni
www.ilsorrisodiemilia.it

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