Appendice

 

 

 

Lettera aperta a un Dirigente ASL

 

 

Gent.mo Dott. R. P.

Responsabile Capo Distretto ASL Roma XXX

 

 

 

Non ci conosciamo, mi chiamo Federico e oggi sono stato in un ufficio che dipende da Lei e vorrei dirle che, mio malgrado, ho vissuto un momento di estremo disagio.

Ma iniziamo da principio.

Ho una nonna di 99 anni di cui mi occupo con amorevole cura, come ogni congiunto dovrebbe fare con un suo caro. Ho avuto il privilegio irripetibile dalla mia, di vivere il giorno del suo centesimo compleanno da poco, dopo averle visto subire, nel corso del tempo, incidenti e malasanità. Ma tralascerò di raccontarli, poiché attengono al vissuto personale e non hanno relazione con questa storia. Invece vorrei sapesse che purtroppo, diversi anni or sono, a seguito di un banale intervento alla cataratta, mia nonna ha completamente perso la vista in un occhio, cui è seguito il lento e inesorabile declino del panorama visivo anche di quello rimasto.

A questo quadro si aggiungono due fratture, una per femore, che la donna ha superato brillantemente, nonostante i piccoli e grandi disservizi che in seguito ha dovuto accettare, anche e soprattutto grazie alle continue attenzioni della sua famiglia.

Ora, si dà il caso che questa donna, mia nonna, capisca tutto perfettamente. In altre parole, è pienamente cosciente e presente a se stessa. Malauguratamente, agli acciacchi dell’età e a quelli causati dalla superficialità dell’uomo, si è andata via via sovrapponendo una ipoacusia uditiva. In altre parole è andata gradualmente perdendo l’udito.

Poiché la sua mente è lucida e il cuore grande, nonostante l’età, o forse proprio per quella, ho pensato fosse giusto tentare di aiutarla, di regalarle qualche momento di maggiore contatto con il mondo. Considerando che la vista non le è di conforto, il rischio che rimasse isolata per quello che le rimane da vivere, a causa del decadimento uditivo, non è facile da accettare. Lo sappiamo, la tecnologia negli ultimi anni ha fatto passi da gigante e finché c’è vita bisogna averne cura e rispetto, a qualunque età. Questa, perlomeno, è la mia convinzione.

Così, ho iniziato a fare una ricerca su internet, cui sono seguite una serie di telefonate presso diversi rivenditori di apparecchi acustici, per capire se mia nonna potesse usufruire di protesi acustiche utili a migliorare la sua condizione.

Pensare di aiutarla a sentire meglio, pur se di poco, evitando così che rimanesse del tutto isolata in un cuore di 99 anni anche a causa del lento e inesorabile cedimento della vista dell’unico occhio rimastole, è stato per molti giorni il mio desiderata più grande, uno dei miei obiettivi a breve termine. Considerata l’età questo genere di risposte hanno senso nell’immediato.

Così, dopo aver parlato con molti operatori di altrettante ditte di apparecchi acustici, mi sono convinto che fosse necessario avere un parere medico. Con quello, sarei potuto tornare dai rivenditori per valutare la possibilità di una protesi acustica.

A questo punto mi reco nell’ufficio ASL più vicino, dove mi spiegano che prima dovrò andare dal medico di base, ottenere una richiesta e con quella prendere appuntamento con un otorino. Purtroppo, il più vicino al luogo in cui mi trovo attualmente è presso Anguillara, sul lago di Bracciano. Sono molti chilometri da dove sono, ma per quest’estate non c’è di meglio, altrimenti, volendo fare la visita specialistica nella cittadina in cui mi trovo al momento, si dovrà aspettare settembre: tre mesi. Tre mesi a 99 anni non sono uno scherzo. Dunque decido di prenotare la visita, dopo essere passato appositamente dal mio medico curante, presso l’ufficio di Anguillara che lei dirige.

L’appuntamento ci è stato dato nei primi giorni di giugno di quest’anno.

Caricare mia nonna in auto, che come avrà capito necessita di sedia a rotelle, non è certo una passeggiata, ma poiché sono così gentili da spiegarmi telefonicamente che la visita specialistica può essere fatta solo in sede e che i dottori non possono spostarsi per visite domiciliari, anche se non ne comprendo il motivo, viste le condizioni generali, e volendo aiutarla a sentirci meglio, non mi è rimasto che accettare l’appuntamento. Di buon mattino, dopo aver chiesto ad altre due persone di accompagnarmi per facilitarmi il faticoso compito di questa trasferta, sono partito con mia nonna, direzione Anguillara.

Questi spostamenti a 99 anni, in piena estate, durante le ore più calde della giornata, non sono il massimo auspicabile, ne sono consapevole, ma se da questo disagio dovesse scaturire una qualche forma di sollievo per mia nonna, per quello che le resta da vivere, sarebbe comunque tempo ben speso.

Arrivati ad Anguillara, dopo un viaggio fatto con tutte le precauzioni del caso, ho provveduto a sollevare mia nonna di peso dall’auto alla sedia a rotelle (precedentemente caricata nel bagagliaio), per poi accompagnarla nella stanza dove l’otorino l’avrebbe visitata.

La seduta è velocissima. Due parole di rito, uno sguardo con lo strumento all’orecchio destro, uno al sinistro, una piccola pulizia superficiale con una pinzetta e il gioco è fatto. L’otorino ci spiega, a me, mia madre e a una terza signora che mi ha fatto la gentilezza di accompagnarci per aiutarmi nel caso in cui mia nonna avesse avuto urgente bisogno di un cambio di pannolone, che la donna sente poco, cosa di cui ero evidentemente già edotto, e che, per avere certezza della necessità dell’uso di un apparecchio acustico, avrei dovuto prenotare una nuova visita per farle fare un controllo audiometrico. Purtroppo questo controllo non sarebbe stato disponibile a breve e di certo non nello stesso ufficio: per farlo avrei dovuto prendere appuntamento in quel di Civitavecchia, dove un altro specialista avrebbe eseguito l’esame.

Nonostante la mia contrarietà, poiché mi sono chiesto per quale motivo non sia stato informato della necessità di questa prassi prima di questa visita (se non altro avrei risparmiato a mia nonna tutto lo stress di un trasporto in auto lungo malridotte e interminabili strade di provincia), lo specialista aggiunge che con l’esito scritto di quell’esame sarei dovuto tornare in un secondo tempo da lui, ancora con mia nonna al seguito, e che a quel punto lui avrebbe avviato la pratica per la concessione del presidio uditivo.

A mia precisa domanda, ovvero: “da quello che vede mia nonna potrebbe avere giovamento da un apparecchio acustico e, soprattutto, pensa ne abbia bisogno?”, lo specialista mi risponde che sì, senz’altro un aiuto tecnologico le gioverebbe, ma per procedere con la pratica nel modo corretto devo ricorrere all’esame, anche se i tempi saranno lunghi. Non solo, aggiunge e ribadisce, che con l’esito di quell’esame dovrò prendere un terzo appuntamento, ancora con lui o presso la mia ASL di residenza, e portare con me di nuovo anche mia nonna, che per legge deve essere presente anche se non ci sarà alcuna terza visita ma solo una compilazione di carte. A quel punto, convinto di dover proseguire questo calvario di appuntamenti, se non altro per dare a mia nonna la possibilità di farle sentire ancora, e per quello che le resta da vivere, la voce affettuosa dei suoi cari, chiedo gentilmente allo specialista se non si possa evitare perlomeno quel terzo appuntamento, quello solo “formale” per intenderci: potrei portare di persona i documenti con l’esito dell’esame, magari anche meglio spedirli o, Dio volesse, inviarli a mezzo email (tutto sommato siamo entrati nell’era tecnologica e questi strumenti possono facilitarci la vita). Mi risparmierei chilometri e chilometri in piena estate e, soprattutto, li risparmierei a una donna di 99 anni in quelle condizioni delicate. Mi risponde, a me e alle incredule signore che mi accompagnano, che “per legge” non è possibile, che lui lo farebbe ma non può, e che pertanto sarà necessario trasportare di nuovo mia nonna presso il suo ufficio, seppure in piena estate, seppure a 99 anni compiuti, seppure a circa 60 km di distanza e nonostante le email che risolverebbero tutto in 5 minuti. Sono senza parole, ma non pare esservi scelta.

Chiedo all’ufficio informazioni per gli appuntamenti: il primo disponibile è a Civitavecchia il 18 agosto. Il risultato dovrà essere consegnato direttamente di nuovo ad Anguillara il 19. Due mesi dopo. E io che pensavo che sarebbe stata una semplice visita dall’otorino! Mia nonna, ovviamente, dovrà essere presente in entrambi i casi, sia il 18 che il 19 di agosto. Confermo gli appuntamenti e lascio indirizzo e due numeri di telefono.

I due mesi trascorrono insieme all’estate e il 18, puntuali, io, mia nonna e le due signore ci rechiamo a Civitavecchia, dopo esserci assicurati di adottare per il viaggio tutte le precauzioni che vuole il caso: sedia a rotelle in auto, pedanine, aria condizionata, cuscini, cambi per l’incontinenza al seguito e tutto il resto. Esco dall’autostrada, entro in città, trovo gli uffici, cerco parcheggio, scarico la sedia, cerco ripari di fortuna per il sole, carico mia nonna di peso sotto le braccia, la faccio sedere, la sistemo e la portiamo all’interno.

Negli uffici di Civitavecchia la dottoressa che deve eseguire il test mi dice subito che non lo potrà fare: l’esame va eseguito in una cabina insonorizzata che non è abbastanza capiente per la sedia a rotelle, questo dice. Le spiego, con molta pazienza (cosa che tengo a sottolineare perché sarebbe stato presumibile perderla), che sono ben due mesi che in casa stiamo tutti aspettando il giorno di questo appuntamento e che dal suo esito dipende il contatto o meno che mia nonna potrà avere nell’immediato futuro col mondo esterno, con il suo mondo, con quello dei suoi affetti più cari. Mi dice che non dipende da lei, che non può farci niente. Sto per andarmene, con un sentimento misto tra l’affranto e l’infastidito (per usare un eufemismo), quando istintivamente torno sui miei passi e le chiedo di poter vedere la cabina. La dottoressa acconsente e io mi reco nella stanza attigua, mentre lei e un’altra donna in camice bianco che non si qualifica, suppongo fosse una portantina o un’infermiera, restano a parlare all’interno dell’ufficio con mia madre e l’altra signora che mi accompagna. Dunque, capita che per aver frequentato studi di incisione sonora e doppiaggio, io abbia conoscenza di cabine insonorizzate, che sono tutto fuorché quel che ho modo di vedere: uno scatolone verticale poco più grande di una vecchia cabina telefonica, costruito in alluminio anodizzato e infilato in un corridoio stretto, foderato internamente con della spugna strappata. Al centro una sedia, anche quella di alluminio. Confesso alla dottoressa che, dopo aver tanto atteso, pur di non andarmene senza aver ottenuto nulla, tenterò di sollevare mia nonna di peso e la farò sedere sulla sedia all’interno della cabina. Azione di cui mi assumo la completa responsabilità.

La dottoressa si convince. Inizio l’operazione e, compresa la difficoltà (il peso di mia nonna che va spostata con estrema attenzione da una sedia all’altra, il ridottissimo spazio di manovra, etc.), la dottoressa mi ferma e acconsente ad eseguire l’esame nel corridoio, anche considerato il fatto che sul piano non c’è nessuno e che si potrà chiudere la porta per non subire rumori accidentali.

L’esame vede inizio e conclusione. Si tratta di un paio di cuffie acustiche che inviano segnali audio a diversi decibel su richiesta del medico. Il test serve a capire quali frequenze mia nonna possa ancora sentire e quali no. Mentre ha luogo l’esame, mi chiedo come mai la dottoressa non abbia acconsentito da subito a farlo. Mentre assisto, non posso non pensare che si tratti di una cosa di una banalità sconcertante che avrei potuto fare a casa con un qualunque computer portatile e che, di certo, avrebbe potuto eseguire anche l’otorino di Anguillara con un qualsiasi pc a disposizione. Invece ho dovuto aspettare due mesi, arrivare fino a Civitavecchia e rischiare di andarmene senza aver concluso niente. Il prezzo della burocrazia è questo, mi dico.

Il risultato è segnato su un paio di fogli in ciclostile. Qualche crocetta sui decibel che sente o non sente, e una diagnosi di ipoacusia uditiva.

Quei due fogli andranno consegnati l’indomani di persona all’otorino di Anguillara, ancora alla presenza di mia nonna, nonostante non ci siano più visite da fare. Niente fax, niente email. Questi uffici non comunicano direttamente tra loro. Tralascio il pensiero che mi passa per la testa a proposito del fatto che se fossero stati uffici diversi, di enti come ad esempio Equitalia, queste lacune comunicative sarebbero state colmate presto, ma fa niente, domani, con tutte le cautele del caso, faremo un nuovo “trasloco” verso quel di Anguillara, con i risultati in mano e mia nonna al seguito.

19 agosto. Ovviamente il caldo estivo non aiuta, e nonostante gli appuntamenti siano capitati sempre tra le 11 e le 13 del mattino, ci prepariamo con il sorriso e una buona dote di determinazione a chiudere il cerchio: più di due mesi dopo, consegneremo il risultato all’otorino, con mia nonna, che nel frattempo ha compiuto 100 anni, presente.

Sedia a rotelle nel bagagliaio, acqua fresca, cuscini, pannoloni, e cambio di indumenti al seguito, oltre a mia madre e alla signora a cui ho chiesto di darmi una mano in caso di imprevisti: nell’auto c’è tutto. È stato faticoso ma si parte di nuovo per Anguillara.

Arrivati presso l’ufficio mi dicono che l’otorino non c’è, è in vacanza. Chiedo se ci sia un sostituto. Non c’è. Spiego di avere una centenaria in auto che ha fatto dei chilometri per arrivare lì senza che ci fosse una reale necessità, poiché si tratta solo di consegnare due fogli, ma rispondono che non possono farci niente. Dico che avevo un appuntamento che loro mi hanno dato ben due mesi prima. L’addetta mi risponde che nel frattempo l’otorino è andato in ferie e che mi hanno avvisato telefonicamente. Rispondo di non aver ricevuto nessuna telefonata. Chiedo di poter lasciare i fogli con l’esito del test, in busta chiusa, all’attenzione dell’otorino. Mi spiega che non può accettare documenti e che loro telefonano sempre nel caso in cui un appuntamento non può essere confermato. Chiedo di conoscere il numero che hanno chiamato. Inizia dicendo 337. La interrompo. A casa mia nessuno, dico nessuno, ha un numero che inizi per 337. Mi dice che capisce la situazione e che è dispiaciuta. Alza il telefono, chiama qualcuno in un altro ufficio cui chiede se, considerata l’eccezionalità del caso, si possa fare qualcosa. Mi auguro che vogliano risparmiare a una centenaria un nuovo stress inutile. Niente da fare, dall’altro capo del telefono confermano che dovrò tornare di persona, con mia nonna al seguito, per consegnare quei due fogli all’otorino.

Prossima data disponibile: a settembre!

Chiedo di parlare con un responsabile dell’ufficio.

Mi dice che posso rivolgermi a un infermiere, oppure, se voglio, potrò compilare un foglio di protesta e infilarlo in una scatola pensata apposta per raccogliere queste istanze.

Le spiego che non ho nessuna intenzione di prolungare il calvario di mia nonna che mi sta aspettando in auto sotto il sole.

Non posso pensare che come al solito questa catena di disservizi non abbia dei responsabili. Insomma, ci saranno pure dei dirigenti in questi uffici? Sì, qualcuno che dirige la baracca e dà le direttive dovrà pur esserci. Qualcuno che supervisiona i servizi e che gestisce l’organizzazione generale degli uffici, che considera le procedure, che valuta i risultati.

Chiedo di conoscere il nome del responsabile dell’ufficio.

Mi ha dato il suo, quello in intestazione, cui scrivo la presente, spiegandomi che al momento è in vacanza e che giusto a Lei arriverebbe il modulo di protesta se avessi voglia di compilarlo.

Mi dispiace non ho tempo, lo farò appena avrò riportato mia nonna nella tranquillità della sua casa, così, adesso.

Non è possibile pensare di sottoporre una donna tanto anziana, e con lei la sua famiglia, a tanto strazio, a quella che invece di un’opportunità diventa una forma di tortura. In questo paese non si può continuare a far finta di niente, a dire che “si sa”, che “le cose vanno così”. Mi dispiace, non sono giustificazioni accettabili o, quantomeno, non sono più disposto ad accettarle. Penso anzi che quello sia un atteggiamento qualunquista, che non fa bene né al sistema, né alle persone, e che le responsabilità hanno un nome e un cognome. Non ho chiesto di essere dirigente del suo ufficio. Sarà complicato, non lo metto in dubbio, ma questo non giustifica niente. Lei ha deciso di metterci la faccia, assumendosi la responsabilità della direzione. Non intendo responsabilità legale, quella penso sia un fatto assodato, no, faccio riferimento invece a una responsabilità di tipo morale. Se dirigessi il suo ufficio per mia libera scelta, quale suppongo essere la sua, mi torturerei per farlo funzionare al meglio e, qualora non vi riuscissi, lascerei l’incarico. Ecco, è questo che mi aspetto da Lei. Che ci metta la faccia. Il suo ufficio è preda di un meccanismo assurdo che credo sia un suo preciso compito evitare, rigovernare e risolvere. Se non è in grado, perché “non dipende da Lei”, si faccia da parte. Ce ne faremo una ragione. Avanti un altro.

Non vorrei sembrarle troppo duro, davvero, e neppure dare l’impressione che sia in atto il tentativo di cercare un capro espiatorio. Suppongo di poter intuire i suoi argomenti: con tutti i problemi che ci sono nella sanità pubblica, figuriamoci se dobbiamo indignarci davanti a questa inezia. In fondo si tratta di un piccolo disservizio. È vero. Concordo. Si tratta di un piccolo disservizio, che però ha causato un grande disagio. Se poi il disagio è vissuto da una donna di 100 anni che vive di “momenti”, questo si amplifica e si trasforma in sofferenza. Ecco, credo sia proprio questo il punto: bisogna avere grande rispetto della sofferenza delle persone. Mi lasci dire poi, che sono convinto che il cambiamento debba partire dalle piccole cose, da marginali episodi quotidiani che possiamo migliorare con le nostre azioni, con le nostre attenzioni. Lei ha un ufficio delicato, sa?! Non la invidio davvero. Essere consapevoli che il suo lavoro possa avere effetti sul benessere delle persone è una grande responsabilità. Per questo ci vuole rispetto. Certi lavori sono più simili a missioni che non a impieghi qualunque. Ora, mi chiedo, se si fosse trattato di sua nonna, Lei come avrebbe reagito? Sarebbe accaduto ugualmente? Credo sia giusto chiederselo. Perché sa, anche con tutte le attenuanti del caso, la burocrazia elefantiaca del comparto pubblico, la svendita al privato e tutto il resto, il dirigente dell’ufficio in questo momento è lei, e a lei tocca fare in modo che questi episodi non siano a verificarsi. Leggo su internet che come medico riceve anche in uno studio privato. Allora Le chiedo: succede anche lì che arrivino pazienti su appuntamento concordato e vengano rimandati indietro per assenza dei medici? Se così fosse, temo chiuderebbe nel giro di un battito d’ali.

Gentilissimo Dottore, siamo materia fragile, ma siamo soprattutto coscienza. Ecco, è questo che le auguro, che i suoi uffici si predispongano al meglio per trattare coscienze, non numeretti in coda serviti da una macchina.

Chiudo dicendo che penso che Lei abbia una qualche responsabilità in merito, poiché è Lei, mi confermano, il direttore in capo. Penso che questo paese si stia scavando la fossa grazie al logorio sistematico di assurde procedure come quelle che con questa mia Le ho descritto. Aggiungo anche che, se sarà possibile, può giurarci, tornerò di nuovo in quell’ufficio per sentire cosa avrà da dirmi l’otorino.

Nel frattempo, La prego, mi spieghi.

 

 

Federico

Emilia

Il sorriso di

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Romanzo

Emilia

Il sorriso di

“Il sorriso di Emilia”, di Federico Caramadre Ronconi; Hermes Edizioni
www.ilsorrisodiemilia.it

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